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Archive for the ‘Bellaterra’ Category


Ramon Andreu, president de l’EMD Bellaterra. (Foto: Bellaterra. Cat)

MECANOSCRIT DEL SEGON ORIGEN

Sense voler despertar sentiments de rancor a ningú crec que he de compartir la meva opinió amb persones que estan intentant comprendre que està passant a Catalunya.
Per comprendre qualsevol problema cal localitzar la seva causa i separar-la de les seves conseqüències.
En democràcia, un tribunal mai pot anar contra alguna cosa aprovada democràticament.
La situació que vivim a Catalunya sorgeix d’ahi. La primera vegada que passa va ser quan el Tribunal Constitucional TC, va retallar l’Estatut. Un Estatut votat i aprovat per les Corts de Madrid, pel Parlament de Catalunya i finalment en una consulta al poble català. Això només passa en una dictadura.

La segona ha estat ara, quan el Parlament de Catalunya aprova un referendum amb majoria. Atenció, d’escons i de vots, perquè “Catalunya sí que és pot” sempre va prometre als seus votants que donaria suport a un referèndum.
Aquesta és la segona vegada, que la dictadura del TC es col·loca per sobre de la democràcia, però aquest cop és més visible, ja que en la primera, la seva dictadura només va tenir conseqüències en un text legal, però ara les seves conseqüències són més evidents. Trenquen drets fonamentals com la llibertat d’expressió, de reunió, de confidencialitat …
El suport al referèndum, tant per votar sí com per votar no, s’ha convertit en suport a les llibertats constitucionals i de la democràcia. No fer el referèndum o no anar a votar, ens portarà a la confrontació. Repressió de l’Estat.
La millor manera de solucionar aquesta situació és amb un referèndum, altres opcions suposen la descàrrega de sentiments d’odi o rancor que no beneficien a ningú.
Resumint, crec sincerament que s’ha destapat una caixa en la que tots podem veure que hi ha un article de la Constitució, el de l’Espanya indivisible, que ha de complir per collons. Això és evident que no és democràcia sinó dictadura.
Aquest és el meu anàlisi i us ho comparteixo amb la sana intenció de promoure la reflexió, perquè això ens afecta a tots. Sé que molts no compartireu aquest anàlisi. El meu més sincer respecte per a tots 😊

MECANOSCRITO DEL SEGUNDO ORIGEN.
Sin querer despertar sentimientos de rencor a nadie creo que debo compartir mi opinion con personas que estan intentando comprender que esta pasando en Cataluña.
Para comprender cualquier problema hay que localizar su causa y separarla de sus consecuencias. 
En democracia, un tribunal nunca puede ir contra algo aprovado democraticamente.
La situacion que vivimos en Cataluña surge de ahi. La primera vez que paso fue cuando el Tribunal Constitucional TC, recorto el Estatut. Un Estatut votado y aprobado por las Cortes de Madrid, por el Parlament de Catalunya y finalmente en una consulta al pueblo catalan. Eso solo pasa en una dictadura.

La segunda ha sido ahora, cuando el Parlament de Catalunya aprueba un referendum con mayoria. Atencion, de escaños y de votos, porque “Catalunya si que es pot” siempre prometio a sus votantes que apoyaria un referendum.
Esta es la segunda vez, que la dictadura del TC se coloca por encima de la democracia, pero esta vez es mas visible, puesto que en la primera su dictadura solo tuvo consecuencias en un texto legal, pero ahora sus consecuencias son mas evidentes. Rompen derechos fundamentales como la libertad de expresion, de reunion, de confidencialidad…
El apoyo al referendum, tanto para votar si como para votar no, se ha convertido en apoyo a las libertades constitucionales y a la democracia. No hacer el referendum o no ir a votar, nos va a llevar a la confrontacion. Represion del Estado.
La mejor forma de solucionar esta situacion es con un referendum, otras opciones suponen la descarga de sentimientos de odio o rencor que no benefician a nadie. 
Resumiendo, creo sinceramente que se ha destapado una caja en la que todos podemos ver que hay un articulo de la Constitucion, el de la España indivisible, que se tiene que cumplir como sea. Eso es evidente que no es democracia sino dictadura.
Ese es mi analisis y os lo comparto con la sana intencion de promover la reflexion, porque esto nos afecta a todos. Se que muchos no compartireis este analisis. Mi mas sincero respeto para todos 😊

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Di Francesco Cancellato

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente e repubblicano?”. Memorizzatele, queste dieci parole. Che un giorno, forse, si meriteranno qualche pagina sui libri di Storia. Perché il referendum promosso dal governo catalano per l’indipendenza della regione dalla Spagna del prossimo 1 ottobre solleva una marea di contraddizioni su cui l’Europa è da tempo inconsapevolmente seduta. Perché non sappiamo minimamente come risolverle. E, soprattutto, perché non sappiamo nemmeno che effetto potranno avere in altri Paesi e in altri contesti indipendentisti.
Insomma, non è un caso che il premier spagnolo Mariano Rajoy stia usando il pugno di ferro con gli indipendentisti catalani – solo ieri 14 arresti, tra cui quello dell’assistente di Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano,del direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo Jordi Graell e del Presidente del Centro delle telecomunicazioni Jordi Puignero. È pure giusto, dal suo punto di vista: il referendum è incostituzionale e Rajoy vuole fare di tutto affinché non si tenga. Il problema è che la sua mossa rischia di rivelarsi un boomerang.
Prima controindicazione: sta alzando il livello di attenzione e coinvolgimento emotivo sopra ogni livello di guardia possibile – nel 2014 il referendum era andato semi-deserto – facendo passare il messaggio che Madrid neghi ai catalani il diritto di decidere, di esercitare la propria sovranità e di auto-determinarsi. Per dire: la sindaca di Barcellona Ada Colau, che sino a pochi giorni fa aveva tergiversato riguardo alla predisposizione di urne per il milione e mezzo di abitanti della capitale catalana, ieri ha parlato di «scandalo democratico» e ha chiamato alla «difesa delle istituzioni catalane». Ripensamenti in vista?
Seconda controindicazione: se i catalani dovessero comunque riuscire a tenere il loro referendum il quorum del 50% stavolta potrebbe essere davvero superato – tanto più dopo le ultime vicissitudini – e la vittoria del Sì, stavolta, sarebbe più che possibile – i sondaggi sono discordanti, ma sono sempre più quelli che vedrebbero prevalere l’indipendenza catalana . In altre parole, la Catalogna si auto-proclamerebbe indipendente. E a quel punto, toccherebbe agli altri Stati europei, quelli che oggi glissano definendola una “questione interna”: riconoscere la statualità catalana nel nome dell’autodeterminazione dei popoli? O negarla, in quanto non permessa dalla costituzione spagnola?
Se Rajoy arrendesse, peraltro, non è che lo scenario cambierebbe granché. Anzi, per un po’ sarebbero guai per tutti. Ad esempio, che futuro ci sarebbe per gli Stati nazionali? E che futuro per il processo di costruzione di una “Unione più stretta“ in corso ora, guidato proprio dal protagonismo degli Stati nazionali?

Il non riconoscimento a oltranza non è esente da rischi. Finora i catalani hanno manifestato pacificamente e nessuno si è fatto male. Sicuri che continuerà così? Sicuri che un Paese che già è stato coinvolto dal terrorismo basco, possa può permettersi una recrudescenza del conflitto tra i catalani e gli spagnoli, anche solo un luogo in cui Rajoy o chi per lui non potrà per anni mettere piede? Sicuri che tutto questo non preluda a un nuovo referendum, a breve, che riproponga ancora la questione? Sicuri che abbia senso prenderli per stanchezza, sperando che col tempo la smettano di chiedere l’indipendenza? Sicuri non sia solo un tirare a campare?
Se Rajoy arrendesse, peraltro, non è che lo scenario cambierebbe granché. Anzi, per un po’ sarebbero guai per tutti. Per gli spagnoli, che già dal giorno dell’istituzione del referendum hanno visto impennarsi lo spead tra i Bonos e i Bund tedeschi. Per i catalani, che si ritroverebbero fuori dall’Unione Europea e dovrebbero ricominciare tutto l’iter di adesione come Stato membro, iter complicato dal fisiologico veto della Spagna a qualunque concessione. Per l’Unione Europea, che vedrebbe rovinato un raro momento di concordia e di progettazione di nuove integrazioni, peraltro nel contesto di una ripresa economica importante. E per ogni Stato europeo che ha al suo interno almeno un movimento indipendentista, che a quel punto avrebbe un precedente per fare le valigie e salutare tutti. Ecco: dovesse accadere, che futuro ci sarebbe per gli Stati nazionali? E che futuro per il processo di costruzione di una “Unione più stretta“ in corso ora, guidato proprio dal protagonismo degli Stati nazionali?
In altre parole, tutti hanno tutto da perdere, da una situazione catalana così come si è delineata, qui e ora. Ormai, rimettere tutto a posto sembra davvero dura. E dove ci porterà questo domino, dove ci troveremo quando le tessere smetteranno di cadere, davvero, è un bel mistero. Una cosa è certa: se pensavate che il mondo furioso, il Vecchio, turbolento Continente smettesse di ribollire e se credevate che l’attuale assetto figlio della pace di Westfalia, del Congresso di Vienna e di una grande guerra civile lunga trent’anni fosse definitivo, non avete capito nulla di cosa sia l’Europa. Buon divertimento.

Francesco Cancellato

Nato a Lodi nel 1980, laureato in economia, dirige Linkiesta da dicembre 2014, dopo aver lavorato per dieci anni presso il Consorzio Aaster diretto da Aldo Bonomi. Ama la Cina e il Milan, David Foster Wallace e David Lynch. Ha due figlie e un figlio.

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http://www.elpuntavui.cat

ANNA BALLBONA – BARCELONAUn estudi elaborat pel govern demostra que un sistema de pensions català seria “més sòlid i viable” i tindria més garanties que no pas l’espanyol. És la principal conclusió de l’estudi que, elaborat pels departaments d’Economia i Treball de la Generalitat, analitza un seguit de factors que permeten tenir unes previsions per a les pensions més favorables que no pas si Catalunya continués dins d’Espanya.
“Amb els números reals que tenim ara, l’equilibri pressupostari a les nostres pensions arribarà la primavera del 2018”, va assegurar la consellera de Treball, Dolors Bassa, que va refermar que un sistema de pensions català seria “més potent i més sostenible que el que tenim ara”. “Catalunya està més preparada per assumir amb solvència les pensions de les nostres persones grans.” De retruc d’això, va afegir-hi que en aquest hipotètic sistema propi de pensions garantiran “la revaloració de les pensions d’acord amb el cost de la vida”, cosa que la revaloració feta per l’Estat (del 0,25) no permet. Igualment, la titular de Treball va recordar “als governants de l’Estat” que tenen “l’obligació” de pagar les pensions als catalans que hagin cotitzat en tot aquest temps, almenys fins que, en cas d’assolir la independència, s’arribin als acords bilaterals de les condicions dels traspassos. “Haurem d’anar a una separació acordada, la nostra voluntat és començar a pagar les pensions com més aviat millor”, va afirmar, alhora que el secretari d’Economia, Pere Aragonès, va avisar que “una sortida no acordada no és desitjable per a ningú”.
L’estudi defensa que la part contributiva de les pensions a Catalunya ha millorat de manera notable els darrers anys, gràcies a l’augment de les cotitzacions. Els auguris positius que exposa es basen en l’estimació que el 2018 s’assoliran els 100.000 cotitzants i que els salaris milloraran.
Dades “rellevants” per a l’estabilitat
El secretari general de Treball, Josep Ginesta, va argumentar algunes de les dades “rellevants” que fonamenten les conclusions positives sobre un eventual sistema de pensions propi. Sobre la taula va posar els factors econòmics i de mercat de treball més favorables a Catalunya que a Espanya. A més, el balanç de cotitzacions i prestacions de Catalunya és més equilibrat que el d’Espanya, amb una dependència dels recursos públics addicionals per finançar les prestacions menors que la que ara té l’Estat. En aquest sentit, Ginesta va recordar que la previsió és que el Fons de Reserva de la Seguretat Social estigui totalment liquidat aquest any. Tot i que el dèficit en el fons de la Seguretat Social a Catalunya s’ha triplicat des del 2013 (de 420 milions fa quatre anys a 1.308 el 2016), la directora general d’Anàlisi Econòmica de la Generalitat, Natàlia Mas Guix, va atribuir-ho a la reducció de transferències de l’Estat en la part no contributiva durant aquests anys. Les dades del dèficit aportades per la Generalitat són diferents de les donades a conèixer per l’administració de l’Estat (que l’abril passat el situava en 4.963 euros). Segons el secretari d’Economia del govern, Pere Aragonès, això es pot deure a l’ús de procediments diferents, perquè “probablement” l’Estat hi compta les transferències incloses en els pressupostos generals.

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CARTA A MARIANO RAJOY
Buenos días Sr. Mariano Rajoy. Soy uno más de esos separatistas a quién usted quiere robarle la dignidad. Le escribo en castellano no para que me entienda, sino porqué así me apetece hacerlo, pues tengo muchos amigos y amigas con quienes suelo entablar apasionadas conversaciones en castellano, aunque mi acento catalán obviamente me delate.  

Entonces, pues, le envio esta humilde carta para ponerle las cosas fáciles y evitarle ridículos mayores, a usted y al gobierno que preside. 
Usted sabe como yo que no va a poder impedir el referéndum de autodeterminación de mi país. Lo sabe, pero necesita hacer creer lo contrario. Usted, su gobierno y su variopinto círculo de amigos (incluso los que tiene en la cárcel) se han creído su propia mentira. Déjeme, con la máxima humildad de quien no debe lo que tiene, hacerle un poco de memoria: 
-Usted que tan solo vio unos hilillos de plastilina saliendo del mar cuando se perpetraba la peor catástrofe ecológica de España –y precisamente en su propia tierra-, nos quiere hacer creer que ahora es capaz de impedir el referéndum?

-Usted que según parece ha recibido sobres con dinero negro del partido que preside y que alienta sin escrúpulos a quienes meten la mano en la caja con SMS de ánimo y apoyo (sé fuerte, Luís!), mientras la mayoría de la ciudadanía de España no podía pagar la hipoteca o malvive con una pensión indigna, se erige ahora como garante de la legalidad ? 

-Usted que permitió la mayor aberración de recursos públicos con fines privados rescatando a la banca privada de España con más de 77.000 millones de euros públicos -que en buena parte sirvieron para negociar las jubilaciones de incompetentes y farsantes directivos, algunos de los cuales se jactaron de no tener conocimientos contables y todavía pasan las vacaciones en lujosos yates al mismo tiempo que jodían a miles de personas con las preferentes o que echaban de sus casas a familias enteras (vergüenza!!!)- persigue ahora de forma obsesiva los euros que se destinan a dar la voz al pueblo de Catalunya mediante un referéndum? 

-Usted que según parece manosea sin escrúpulos la fiscalía, jueces y tribunales a su antojo y que aprueba reformas express del TC dilapidando la separación de poderes que exige todo estado democrático, afirma que son inconstitucionales las leyes aprobadas en el Parlament o incluso que se han aniquilado los derechos de la oposición ?  

-Usted que se codea con el jefe del estado y la monarquía española, asignándoles un presupuesto anual de escarnio de 8 millones de euros que proviene del sudor de los trabajadores y trabajadoras y que había servido para matar elefantes o pagar la limpieza de la casa de una infanta, pone ahora en duda la autoridad y rigurosidad de la Presidenta del Parlament? 

-Usted que tiene muchos amigos y cargos políticos que hasta hace poco gritaban el cara el sol -alguno de los cuales le “anaranjan” su gobierno-, o otros que lideran sin escrúpulos operaciones contra Catalunya des de las cloacas del estado, se atreve ahora a decir que mi Presidente y Vicepresidente, así como todos los diputados y diputadas independentistas quieren imponer un régimen dictatorial en Catalunya? 

-Usted que ha condenado a 6 millones de ciudadanos/as a postrarse en el paro con la reforma laboral más indigna de la historia, se atreve a afirmar que una Catalunya independiente provocará más paro y menos oportunidades a la gente?

-Usted que preside el país más infractor de las leyes de la Unión Europea y que registra el mayor número de resoluciones condenatorias por parte de su Tribunal de Justicia, cree que le queda credibilidad alguna frente a Europa?

-Usted que lleva años ninguneando mi nación, arrebatándole derechos y dinero a manta, despojándola de toda inversión, torpedeando nuestra lengua y cultura, no le da vergüenza erigirse ahora como la solución a todos los problemas?

-Usted y su caverna mediática solo esperan que en los próximos 19 dias mi país, nuestro gobierno, nuestros Mossos d’Esquadra, nuestros alcaldes o alcaldesas o cualquier ciudadano de pie -los del Sí y los del No- cometamos algun tipo de error para devorarnos en directo en sus vomitivos informativos. Pero nadie cometerá semejante idiotez!
A usted, señor Rajoy, que habla el inglés como yo el mandarín, sé lo diré bonito. La independencia solo la podrán impedir los ciudadanos/as de Catalunya que legítimamente voten No en el referéndum. Su voto podrá hacerlo. Y si su voto gana, seremos los primeros en felicitarlos. El voto que precisamente, usted, quiere impedir. No se engañe señor Rajoy. Usted ya no tiene legitimidad para impedir nada. Ni tan siquiera la corrupción que le ha desquebrajado su partido. Por primera vez en la historia, el tiempo juega a nuestro favor. Y cada día que pasa, el referéndum está más cerca. 
Por último, para ahorrarle tiempo y esfuerzo, le diré que soy abogado y de Vic, una de las mejores ciudades del mundo y le dejo mi dirección y teléfono (Rambla Montcada, 28. 08500 Vic. Móvil 630980904) para que usted no tenga que buscarla o mandar a la Guardia Civil (por cierto, deje de ordenarles -por medio del fiscal- que hagan el ridículo, ellos también tienen su dignidad!) por si decide empapelarme!    
Mi voto, es mi dignidad. Y ni usted ni nadie, me la va a socavar. Que le vaya bonito, Sr. Rajoy !
Joan Ballana

Vic, 12 de septiembre de 2017.
*aquesta carta ha estat enviada al senyor Mariano Rajoy a través del portal de La Moncloa. S’adjunta fotografia i acús de rebut.

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Foto: David Ramos/Getty images 

http://www.lefigaro.fr

LES ARCHIVES DU FIGARO – La fête nationale de la Catalogne le 11 septembre est traditionellement la démonstration de force des indépendantistes. Le sera t-elle davantage cette année à la veille du référendum d’autodétermination? Dès 1917, Le Figaro abordait cet épineux sujet.
Une défaite choisie comme célébration nationale. Le 11 septembre est le jour de la fête de la Catalogne -la «Diada Nacional de Catalunya». Mais curieusement la date retenue est celle d’un important désastre catalan: la prise de la ville assiégiée de Barcelone par les troupes des Bourbons -menée par le roi Philippe V- en 1714 lors de la guerre de Succession d’Espagne. La Catalogne soucieuse de conserver ses privilèges soutient alors l’héritier Habsbourg, l’archiduc Charles d’Autriche, dans cette lutte pour le trône d’Espagne. Cette défaite entraîne l’abolition des institutions et libertés civiles catalanes. La Catalogne perd ainsi sa monnaie, son parlement, ses traditions, sa langue officielle -le catalan. Il faut attendre l’année 1979 pour que cette région obtienne un statut d’autonomie, avec des institutions et un gouvernement.

Cette fête de la Catalogne -célébrée pour la première fois en 1866- commémore la résistance des Catalans tombés pour la défense des valeurs et institutions catalanes. Interdite sous Franco, elle est officialisée en 1980 par le Parlement, qui la qualifie de «nationale». Depuis quelques années elle est aussi l’occasion de revendications indépendantistes et révèle la montée du sentiment nationaliste. Cette journée sera d’autant plus particulière cette année que le Parlement catalan a voté le 6 septembre une loi prévoyant un référendum d’autodétermination.


Le problème catalan
… Le problème catalan date de loin. Il était grave déjà, il y a trois et quatre siècles. Il est, aujourd’hui, plus complexe.

La Catalogne fait partie de l’Espagne, mais la Catalogne n’est pas l’Espagne, comme le sont les Castilles et l’Aragon. Son patriotisme espagnol n’est pas en cause. Un passé déjà long en témoigne. Aux fastes de la guerre d’Indépendance, le siège de Tarragone s’inscrit à côté du siège de Saragosse. Mais la Catalogne n’a pas seulement son histoire à elle, comme l’Andalousie ou la Galice. Elle est peuplée d’une race dont les caractères sont restés très tranchés et elle a sa langue, qui n’est pas un patois, mais qui est une langue au même titre que l’espagnol ou que le portugais. Elle a sa littérature, qui est considérable. Elle n’a pas seulement ses mœurs et ses traditions, tout comme les autres provinces du royaume; elle a son droit, le droit coutumier d’autrefois demeuré, dans ses parties principales, presque intact, son droit civil qui n’est pas celui des autres États dont se compose l’Espagne; les plus absolus des rois, les plus «unitaires», les plus férus de l’idée capétienne n’ont pas osé y toucher. Leplay a fort étudié, fort admiré ce Code catalan; il lui a emprunté beaucoup d’arguments en faveur de l’entière liberté de tester.

L’empreinte romaine a peu marqué sur le reste de l’Espagne, où elle a été vite effacée par tant d’invasions, germaniques, sarrazines; elle a été profonde en Catalogne. À chaque pas, on la reconnaît, ne serait-ce qu’à cette passion des Catalans pour les belles routes, à leur furieux regret de voir mal entretenues tant de routes qui devraient être «européennes», et qui sont «africaines.». Ainsi parlent de simples cochers de fiacres. Il faut toujours faire parler les cochers. Par contre, les Arabes n’ont fait que passer ici, glisser comme l’eau sur le marbre, sur le dur, le solide granit romain. Notre Provence a plus gardé des Maures que la Catalogne.

Le Catalan n’est pas un animal, de luxe; dans le sens le plus noble du mot, c’est un animal de travail.

Enfin, dans l’Espagne généralement agricole, la Catalogne est surtout industrielle. Ni les belles vignes ne lui manquent, ni les beaux fruits, ni les belles moissons. Mais son génie propre est tourné vers l’industrie et vers le commerce. Adossée à la montagne, elle regarde vers la mer; son empire, c’est la mer. Et le Catalan n’est pas un animal, de luxe; dans le sens le plus noble du mot, c’est un animal de travail. Ici, tout le monde travaille, bourgeois, ouvriers, paysans. «Les moines eux-mêmes travaillent», me disait un bourgeois voltairien, anticlérical, mais qui ne croit pas nécessaire, par politique, de refuser toute vertu à ses adversaires. La forte parole de Guizot, si misérablement tronquée par les passions de l’époque: «Enrichissez-vous par le travail.», c’est la loi, aux champs comme à l’atelier, au comptoir, à l’usine. Et le Catalan est sobre, économe. Point d’alcoolisme. Le Castillan classique met sa fierté à jeter sur la misère que sa paresse entretient le manteau de théâtre. Le Catalan ne se préoccupe pas du «paraître». Il a l’amour des réalités. L’ouvrier ne marchande pas sa peine, mais il poursuit des salaires de plus, en plus élevés. L’ambition du paysan est d’être propriétaire; neuf sur dix le sont, dans les communes les plus pauvres comme dans les plus riches. Sur ce point, comme sur d’autres encore, il rappelle le paysan français. Sa passion, sa vie, c’est le lopin de terre qui est bien à lui, qu’il a conquis sur la montagne pierreuse, défriché, planté d’oliviers ou de noisetiers, semé de légumes ou de blé.

Carte postale datant des années 1910 figurant la place de Catalogne à Barcelone.

Et Barcelone, de beaucoup, la ville la plus populeuse de l’Espagne -avec ses faubourgs, tout près d’un million d’habitants, presque le double de Madrid,-la plus active, la plus riche. Longtemps enserrée, étouffée entre ses fortifications, contre lesquelles elle a fait cinquante émeutes, elle n’a pas cessé, depuis qu’elle les a fait raser en 1800, de s’étendre sur le rivage, dans l’immense plaine, sur les flancs des collines qui sont les premières marches des Pyrénées. D’année en année, des quartiers nouveaux se créent, des faubourgs, peuplés tout de suite et bientôt surpeuplés. Le port, où passe près d’un quart du commerce maritime de toute l’Espagne, est devenu trop étroit. Plus grand déjà que les trois ports réunis de Marseille, il rivalisera avec Gènes, quand sera achevée, au sud de Montjuich, la construction des nouveaux bassins et des nouveaux docks. Et ce n’est pas, évidemment, la ville d’Espagne ou s’arrêteront de préférence les artistes; ils auront vite parcouru ses quelques vieilles rues, regardé quelques vieux bâtiments, palais délabrés ou maisons de corporations, visité l’étonnante cathédrale, avec la puerta de San Ivo et sa nef sombre, sa nef de mystère et de terreur, où il faut, que l’œil s’habitue à voir tant l’obscurité y est épaisse, même à midi et en plein été.

Le Catalan s’indigne de voir se perdre dans le gouffre général du budget, l’argent, son argent, le fruit de ses peines.

Mais partout, quelle vie débordante, quelle intensité de mouvement! Depuis près d’un demi-siècle, l’ambition constante de Barcelone a été de devenir une grande ville occidentale; plus qu’occidentale: américaine. Il reste encore quelques anciens quartiers, presque pittoresques, à jeter bas, à remplacer par des maisons modernes élevant leurs cinq et six étages le long de larges rues aérées. Ces quartiers ne tiendront pas longtemps devant «la Réforme», le nom classique et populaire de la reconstruction hygiénique et pratique: construction, de nouvelles écoles, de nouveaux établissements scientifiques, des admirables hôpitaux dus à la magnificence de riches particuliers. Et cela, aussi, a sa beauté, une autre beauté que celle de Tolède ou de Cordoue, ou de tel nid d’aigle wisigoth ou sarrasin, mais, tout de même, une beauté. Et je ne sais pas si l’homme, avec ses désirs, avec ses passions, sera plus heureux à Barcelone; mais la vie y sera plus saine, meilleure, mieux défendue contre la maladie et contre la mort.

Voici maintenant le problème: ces quatre provinces de la Catalogne, étant les plus laborieuses de toute l’Espagne et, partant, les plus riches, payent à l’État la somme d’impôts de beaucoup la plus forte, et, dès lors, le Catalan s’indigne de voir se perdre dans le gouffre général du budget, l’argent, son argent, le fruit de ses peines, qui, employé sur place au moins partiellement, lui permettrait d’activer le mouvement de ses progrès dans tous les sens, de doter plus largement des établissements universitaires et hospitaliers, surtout de multiplier les chemins de fer d’intérêt local, de refaire les vieilles routes dont il a honte et d’en construire de nouvelles.

L’autonomie politique est la pensée d’un nombre considérable, de jour en jour plus considérable, de Catalans.

J’ai montré les caractères particuliers du Catalan: race, langue, législation, mentalité. Indépendante jusqu’au, quatorzième siècle, la Catalogne fut, de toutes les provinces de la péninsule, celle qui entra avec le plus de résistance dans l’unité des Espagnes. Comme elle traversa alors une crise de décadence, elle en accusa l’unité espagnole, se tourna, au début du dix-septième siècle, vers la France. Cet esprit séparatiste, je l’ai rappelé, a disparu depuis longtemps. Mais l’esprit d’indépendance, l’esprit d’autonomie a subsisté, et non seulement il a subsisté avec la prospérité renaissante, mais il n’a pas cessé de se fortifier pour, de très nombreuses raisons politiques et économiques, théoriques et pratiques. Plus s’accroissent et la prospérité agricole et industrielle, et le progrès général de l’instruction, et celui des idées libérales, républicaines, ou socialistes, plus la Catalogne a conscience de sa valeur et de sa force. Il existe ainsi une question publiquement discutée, dite de «la capitalité». Barcelone étant la ville la plus peuplée, la plus importante de l’Espagne, pourquoi la capitale est-elle, à Madrid? Charles Quint n’avait-il pas averti Philippe II «Si tu veux agrandir tes États, porte ta capitale à Lisbonne si tu les veux conserver, place-là à Barcelone; si tu les veux perdre, va à Madrid».

[…] Il n’en reste pas moins que l’autonomie politique est la pensée d’un nombre considérable, de jour en jour plus considérable, de Catalans, alors que nulle part, même en Italie, les conséquences du principe fédératif ne seraient plus périlleuses, pour l’ensemble de la nation, qu’en Espagne. Et pourtant, dans les plaintes, les doléances répétées de la Catalogne, il y a une grande part manifeste de justice. Que faire donc, sinon lui accorder l’autonomie administrative, la plus large qui soit compatible avec l’organisation générale d’un grand pays?[…]

Par Polybe

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Foto: Bellaterra.Cat

Francesc Ramos Marcet, cap de menjador i bar del Restaurant de l’Hostal Sant Pancràs de Bellaterra, ens mostra la paella acabada de fer. Tot un mestre dominant com ningú el complert servei de sala i tota la “Mise en place” del local.

Quan es parla de Bellaterra és imposible no fer-ho i associar l’Hostal Sant Pancraç o Pancràs, establiment obert l’any 1932, amb el mateix concepte d’arquitectura que La Gavina de S’Agaró de la Costa Brava, pero amb un toc més proper i autèntic de poble. Els 5 germans Ramos Marcet segueixen aportant el sabor autèntic de les més conegudes Fondes de Catalunya, tot lluitant cada dia per conservar l’estil i la decoració original que van viure els seus pares, sense oblidar la base dels menjars casolans de l’Albert, un gran xèf especialista en receptes de bolets en temporada. Tot plegat és una petita coral profesional gastronòmica dirigida pel mestre Francesc, cap de sala i bar, que acompanyat per les seves germanes, fan posible un servei familiar, plé d’atencions i cordialitat. 


Foto: Bellaterra.Cat

Albert Ramos Marcet, cap de cuina del Restaurant de l’Hostal Sant Pancraç de Bellaterra (Vallès Occidental), autèntic especialista de la cuina de bolets i cuina de temporada. Qui també aporta el millors esmorzar de forquilla de mercat.


Les arrels del Sant Pancràs amb el territori català es demostra amb la presencia a la seva Carta de Vins, de les 10 D. O. i CAVA de Catalunya, detall que mínimament haurien de practicar tots els establiment del nostre pais i que difícilment ho practiquen de veritat, com línia justa de km. O

ADREÇA: Plaça del Pi,  2, 08193 Bellaterra (Vallès Occidental)

☎️  RESERVES I CONTACTE: 936922050 i 93692205

CORREO ELECTRÒNIC: ramosmarcet@gmail.com

HORARIS: 08:00 a 20:00 hores de dilluns a divendres i diumenge de 13:30 a 17:30 

TANCAT: dissabte i totes les nits

VACANCES: Dies a concretar durant el mes d’agost

Accepten reserves de grups especials tots els dies i nits (Consulteu)

DISTANCIA DES DE PLAÇA DE CATALUNYA (BARCELONA):

30 minuts amb FGC (Parada Bellaterra al costat del Sant Pancraç)

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Soy un monstruo, me dije para darme ánimos un día que me pilló así como bajo de defensas. Tenía ya veinte y pocos y no sabía responder a preguntas elementales. 

En cuanto abría la boca siempre me econtraba con un “y tu de donde eres?”. Dichoso acento. Pero cuál? El acento del renacuajo que creció en Lora del Río -Sevilla-, el del chaval que se hizo adolescente y joven en la ciudad satélite, en el barrio de San Ildefonso, en Cornellá? El acento murciano de mi padre? el acento terraltenc de mi madre? el acento garriguenc de mi abuela materna, con la que siempre tantas horas pasé? 


Y yo qué sé de donde soy, si por mi lengua o acento tengo que decir que soy de alguna parte. 


Y después claro, que te pregunten como te llamas y que tengas que pensar “y a este (o esta) qué le digo?”. Que soy Paco? Que soy Francesc? Que soy Quico? Que soy Cisco? Que soy Francisco? Que soy Francisquito? 


Hay tantas historias detrás de tantas maneras como me llaman que a veces quedaba pasmao, en silencio, sin responder. Yo soy aquél, hubiera cantado Raphael. Ese grande. 


Yo crecí en una calle sin asfaltar. De las muchas que había en San Ildefonso. Pero nosotros teníamos lo que llamábamos “la montaña”, justo donde acababa la calle sin asfaltar. Un montículo asalvajado de tierra enmedio la ciudad dominó. Ya veis. Pobres chavales “vamos a jugar a la montaña”, decíamos, y era como un privilegio de los de la calle. Porque eso sí que lo teníamos, los de nuestra calle y los de “otras” calles. Vida en la calle, hasta el anochecer. Ahora “la montaña” es una escuela pública que construyó el primer ayuntamiento democrático, del PSUC. Y ya no hay calles sin asfaltar.  


En toda la calle sólo dos de los chavales sabíamos hablar en catalán. Una calle de unos nueve bloques de nueve pisos, con cuatro pisos por rellano. En el cole nada era diferente. El San Ildefonso. Enorme. Ahí estaba todo el barrio. En 8 años de EGB solamente un día un profesor nos dió una clase en catalán. Y para mi fué muy frustrante. Hizo una lista de palabras en castellano que teníamos que decir si sabíamos como eran en catalán. Una de las primeras era “bandeja”, yo levanté rápido el brazo y dije “safata”, a lo que me respondió con un NOOOOOO que aún me duele, “plata”, me corrigió. Y ahí se acabó todo. 


Pero eso me lo encontré el primer día de clase en el instituto. San Ildefonso se había convertido en la “ciutat trapera”. En Cornellá solamente había un instituto. Y las bandas juveniles y las drogas marcaban la ley. Yo amenazaba por no ir por buen camino, así que mis padres me llevaron a vivir con mi abuela en Barcelona, para que pudiera ir al instituto en Sants.  


El profesor de catalán, ese primer día de instituto, apareció con un aire de autoridad que yo no tenía acostumbrado. Solemnemente nos dijo que para evaluar nuestro nivel hiciéramos una redacción de media página, sobre qué habíamos hecho en el verano. “En català?” pregunté. “En què vols fer-la, si és classe de català!” me reprendió severamente. Ya, pero yo no había hecho nunca clase “de català”. Hoja en blanco. Boli. Saber qué decir y como decirlo en catalán, pero no tener ni idea de como escribirlo. Sensación de analfabeto total. El profesor flipó tanto conmigo que hizo venir a mis padres. Y se lo explicaron. El niño sabe hablar catalán porque su madre es catalana, pero viene de San Ildefonso, donde nunca nadie nos había enseñado nada en catalán. 


El cruel sarcasmo de la situación era que mi padre, maestro de escuela, murciano, había sido detenido, allá por el 1974 o 75, denunciado por la directora de la escuela, catalanoparlante y catalana de generaciones, acusado de promover un manifiesto para que de alguna manera a los chavales de San Ildefonso también se nos enseñara el catalán. 


Cuando la Policía Armada (los grises) fueron a detener a mi padre yo no sabía qué pasaba. Y de hecho no lo supe valorar hasta mucho después. Cuál era nuestra lengua propia no era lo que importaba. La de mi padre y la mía era el castellano, y la de la directora que lo denunció era el catalán. Las lenguas conviven. Las lenguas no son el problema, nunca lo han sido. El problema del catalán era -y es- un estado en contra. El catalán había sobrevivido a la derrota del 1714 y a su condena centenaria al ostracismo. Pero el catalán se hacía lengua viva en todos aquellos que la defendían, con independencia de su origen o lengua primera. Como mi padre, murciano, castellanohablante. 


O como yo, que con el tiempo milité en la defensa del catalán, en La Crida a la Solidaritat. Y siempre después. El como yo, que mi lengua primera y durante tantísimos años única, el castellano, era un yo compartido. Con todos los chavales de la calle. Con todos los compañeros del cole. 


Esta semana, la Llei de Transitorietat, ha establecido la cooficialidad de catalán y castellano. No podía ser de otra manera. Pero tenía que ser así. De entrada porque sería impensable que la independencia, querida para ampliar todos nuestros derechos, implicara el más mínimo retroceso en nuestros derechos lingüísticos. Pero, sobretodo, porque con este articulado jurídico se reconoce y da carta de naturaleza a la realidad del “somos” de nuestra Catalunya, de la Catalunya de hoy. 


La independencia no es un proyecto anclado en un pasado mitificado. La independencia es un proyecto de la Catalunya de hoy, que la reconoce plenamente, y para la Catalunya de hoy. No la Catalunya del 1714, ni la de hace cien años. La Catalunya de hoy, en la que el castellano ha pasado a formar parte de nuestra identidad colectiva. Y de nuestro futuro. La convivencia lingüística ejemplar que se ha dado en Catalunya solamente se ha visto amenazada por la hostilidad del estado español, y eso, con la independencia, desaparecerá. 


La independencia consagra, con la Llei de Transitorietat, el reconocimiento de nuestra realidad social, de orígenes y lingüística. Y la eleva a signo de identidad, a futuro, a oportunidades, a garantía plena de supervivencia en plenitud del catalán, junto al castellano, la que es la primera lengua de la mayoría de nuestra sociedad, entre los que me incluyo, entre los que incluyo a mi difunto padre, que estaría orgulloso de lo que estamos haciendo y de como lo estamos haciendo. 


Gracias, muchas gracias, a todos los que han formulado este reconocimiento a lo que somos y queremos ser, a través de la Llei de Transitorietat. 


Desde ese chaval que ya era por encima de cualquier acento. Desde ese chaval que ya era incluso compartiendo tantas identidades, lenguas y nombres. Gracias. Desde lo más profundo de esa mi calle, en San Ildefonso, sin asfaltar tantos años, desde esa montaña, hoy convertida, como metáfora del país, en escuela que lleva por nombre “Francesc Macià”, gracias. Gracias por ser voz y lengua en igualdad. Gracias por elevar a norma fundacional este “somos” de nuestro presente y que tanto futuro tiene, porque es nuestro único futuro.


Sóc Francesc Abad. Hijo de padre murciano i de mare de la Terra Alta. Orgulloso de mis orígenes y de mi gente. Vaig créixer a Lora del Río (Sevilla) fins als 4 anys, després al barri de Sant Ildefons (Cornellà de Llobregat) i finalment a Barcelona, on visc. Llicenciat en Dret (UB), Diploma de postgrau en Administració Pública (UPF), Màster en Dret Públic i Organització Administrativa (UPF) i Màster en Funció Directiva (EAPC) Vaig començar a implicar-me en les coses col·lectives en els moviments de base de la Parròquia, al barri de Sant Ildefons, amb la JOBAC, i vaig començar la militància independentista l’any 1984, a la Crida a la Solidaritat. Des de llavors no he deixat de fer coses de les que em sento orgullós. Vaig participar de la Crida Nacional a ERC (partit del que vaig ser militant uns quants anys), vaig ser coordinador de la UB de la Federació Nacional d’Estudiants de Catalunya (FNEC) i coordinador tècnic del Comitè Olímpic de Catalunya (fins passats els Jocs Olímpics de BCN). Vaig participar de la fundació i posada en marxa del Casal Independentista de Les Corts. També vaig ser vicepresident de la Fundació Espai Català de Cultura i Comunicació (ESCACC). Blocaire des del 2006, fa anys que no milito a cap partit polític, tot i que vaig ser “candidat” de Junts pel Sí i que, des de la meva independència, sempre mantinc un posicionament polític públic. Sóc membre de l’ANC de Cornellà. He ajudat i ajudo en tot el que puc en diferents iniciatives de caràcter patriòtic (la Fàbrica, Associació Germans Badia, Memorial Josep Suñol, etc). Sóc soci del Barça i amb els companys de Drets vaig presentar una demanda contra la UEFA per la persecució de les estelades des de la final de Champions de Berlín. Sóc membre de l’Associació Catalana d’Amics d’Israel (ACAI), i soci-fundador de la Penya Barcelonista Creu de Sant Jordi i de La Coronela Crew Mòtards.


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